sabato, 24 ottobre 2009,15:45
Torno a scrivere dopo molto tempo.
Una mattinata libera, di assoluto riposo. Un'ottima occasione di confronto con le mie scarpe gettate sul legno del pavimento, i pantaloni sulla testata del letto, borse e zaino agli angoli, libri, carte, chiavi, penne... Con me, i miei rapporti con gli altri .
Sembra sia passata una vita da quando sono entrato l'ultima volta in questa stanza. Mi osservo, ascolto la mia voce spiegare quanti affetti abbia sparsi, quanti volti chiami amici e una marea di domande monta a coprire la sabbia e a cancellare le impressioni troppo deboli per resisterle. Mi porta a esplorare una volta di più la profondità oscura, quella lontana dalla luce del quotidiano.

Sto vivendo a una velocità superiore alla mia capacità di catturare ogni istante importante. Sfuggono gli abbracci e i sorrisi, il loro tentativo è una promessa che si deposita su un cumulo di desideri e di sentimenti. Così mi osservo, ascolto la mia voce. E mi chiedo perché sia l'unico suono che sento, perché non ci sia tutto un coro di risa amiche a intrecciarsi ai miei giorni.


Sto conoscendo molte persone importanti, sono soddisfatto nella mia sete di novità e confronto, nella leggerezza di un sorriso complice, fatto di esperienze comuni. Ma mi manca una parte del mio universo e ho paura di perderla.
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giovedì, 20 agosto 2009,12:49
E ancora...

[...] In una pianura senza fine, un po' terreno incolto e un po' campo di battaglia, irta di pali elettrici e di picchetti di misurazione, si intravedevano un centinaio di case nuove disperse ai quattro angoli dell'orizzonte. La più importante era l'albergo, parallelepipedo in cemento, che, in mezzo a quella piattezza, faceva pensare a una stazione aerea o a un fortino; gli avremmo volentieri applicato l'espressione di «bastione della civiltà», non in senso figurato ma reale, il che avrebbe avuto un valore singolarmente ironico. Niente avrebbe potuto essere più barbarico e inumano di questa impresa nel deserto. Questa costruzione senza grazia era il contrario di Goyaz; nessuna storia, nessuna durata, nessuna abitudine ne avevano riempito il vuoto o addolcito la rigidezza; ci si sentiva come in una stazione o in un ospedale, sempre passeggeri e mai residenti. Solo il timore di un cataclisma poteva giustificare quella casamatta. Ce n'era stato uno, in effetti, e ora il silenzio e l'immobilità regnanti ne prolungavano la minaccia. Cadmus, il civilizzatore, aveva seminato i denti del drago. Su una terra scorticata e bruciata dal soffio del mostro, si attendeva di veder spuntare gli uomini.

pp.109-110
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giovedì, 20 agosto 2009,11:13
[...] Infine, bisogna tener conto degli elementi misteriosi che operano in tante città, facendole sviluppare in direzione di ponente, e condannando così i loro quartieri orientali alla miseria e alla decadenza; espressione elementare, forse, di quel ritmo cosmico che, dalle sue origini, ha pervaso l'umanità con la convinzione inconscia che il senso del movimento solare sia positivo, il senso inverso negativo; che l'uno traduca l'ordine, l'altro il disordine. Da tempo, infatti, non adoriamo più il sole e abbiamo smesso di attribuire ai punti cardinali qualità magiche, colori e virtù. Ma per quanto il nostro spirito euclideo sia diventato ribelle alla concezione qualitativa dello spazio, non possiamo impedire che i grandi fenomeni astronomici, o anche soltanto meteorologici, influiscano sulle diverse zone della terra con un coefficiente impercettibile ma indelebile; non possiamo impedire che, per ogni uomo, la direzione est-ovest sia quella del compimento; e che per l'abitante delle regioni temperate dell'emisfero australe il Nord sia la sede del freddo e della notte, il Sud quella del calore e della luce. Niente di tutto questo traspare nel comportamento ragionevole di ogni individuo. Ma la vita urbana offre uno strano contrasto. Benché essa rappresenti la forma più complessa e più raffinata della civiltà, l'eccezionale concentrazione umana che realizza su un piccolo spazio e la durata del suo ciclo fanno sì che nel suo crogiolo precipitino abitudini inconsce, ognuna infinitesimale, ma che, secondo il numero di individui che le manifestano allo stesso titolo e nella stessa maniera, possono produrre grandi effetti. Tale è l'espandersi delle città da oriente verso occidente, e il polarizzarsi del lusso e della miseria secondo questo asse; fenomeno incomprensibile se non si riconosce questo privilegio, o questa schiavitù, delle città che, come un microscopio e grazie all'espandersi che è loro proprio, fa sorgere sul filo della coscienza collettiva il brulichio microbico delle nostre ancestrali e sempre vive supersitizioni.
D'altra parte, si tratta proprio di superstizioni? In talune predilezioni o tendenze vedo piuttosto il segno di una saggezza che i popoli selvaggi hanno spontaneamente praticato, mentre la ribellione moderna è la vera follia. Essi hanno spesso saputo raggiungere col minimo sforzo la loro armonia mentale. Quale logorio, quale irritazione inutile ci risparmieremmo se accettassimo di rconoscere le condizioni reali della nostra esperienza umana, e pensassimo che non dipende da noi liberarci interamente dai suoi limiti e dal suo ritmo? Lo spazio ha dei valori propri, come i suoni e i profumi hanno dei colori e i sentimenti un peso. Questa ricerca di corrispondenze non è un gioco poetico o una mistificazione (come si è osato scrivere a proposito del sonetto delle vocali, esempio classico, oggi, per il linguista che conosce i fondamenti non solo del colore dei fonemi, variabile secondo gli individui, ma della relazione che li unisce e che comporta una gamma limitata di possibilità); essa offre allo studioso un terreno nuovo, la cui esplorazione può ancora procurargli ricche scoperte. Se i pesci, come l'esteta, distinguono i profumi in chiari e scuri, e se le api classificano le intensità luminose in termini di peso - l'oscurità essendo per loro pesante e il chiarore leggero - l'opera del pittore, del poeta e del musicista, i miti e i simboli del selvaggio ci devono apparire, se non come forma superiore di conoscenza, almeno come la più fondamentale, la sola veramente comune, di cui il pensiero scientifico costituisce soltanto la punta acuminata, più penetrante perché affilata sulla pietra dei fatti (sia pure a prezzo di una perdita di sostanza), la cui efficacia sta nel suo potere di incidere in profondità, affinché la massa del congegno possa entrare completamente. [...]

Claude Lévi-Strauss Tristi tropici pp. 106-107
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mercoledì, 12 agosto 2009,21:18
Aprendimos a quererte,
Desde la histórica altura,
Donde el sol de tu bravura
Le puso cerco a la muerte.

Aquí se queda la clara,
La entrañable transparencia
De tu querida presencia,
Comandante Che Guevara.

Tu mano gloriosa y fuerte
sobre la historia dispara,
cuando todo Santa Clara
Se despierta para verte.

Aquí se queda la clara,
La entrañable transparencia
De tu querida presencia,
Comandante Che Guevara.

Vienes quemando la brisa
con soles de primavera
para plantar la bandera
con la luz de tu sonrisa

Aquí se queda la clara,
La entrañable transparencia
De tu querida presencia,
Comandante Che Guevara.

Tu amor revolucionario
te conduce a nueva empresa,
donde espera la firmeza
de tu brazo libertario.

Aquí se queda la clara,
La entrañable transparencia
De tu querida presencia,
Comandante Che Guevara.

Seguiremos adelante
como junto a ti seguimos
y con Fidel te decimos :
«¡Hasta siempre Comandante!»

Aquí se queda la clara,
La entrañable transparencia
De tu querida presencia,
Comandante Che Guevara.


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mercoledì, 12 agosto 2009,13:53
Da Teorema di PPP

Inchiesta sulla donazione della fabbrica

Suonano le campane di mezzogiorno dalla vicina Lainate, o da Arese, ancora più vicina. Ad esse si mescolano le sirene.
La fabbrica si stende per tutta la lunghezza dell'orizzonte, come un'immensa zattera ancorata tra le marcite e le barriere trasparenti di pioppi.
L'atmosfera è elegiaca: quei due tre chilometri di muraglie orizzontali, sfumate nella nebbia leggera, sembrano cingere, con tenerezza e nitore lombardo, « calma, lusso e voluttà ». Anche le centinaia e centinaia di macchine ferme in fila ai posteggi non sembrano che tasselli colorati di quell'ordine e pace.
Poi, d'improvviso, è un vero inferno: i seimilacinquecento operai della fabbrica cominciano a uscire, insieme, vomitati dai teneri cancelli, e le distese dei posteggi sono sconvolte come da un ciclone.
Tuttavia gli spiazzi davanti alla fabbrica sono immensi, e la folla degli operai, dilagandovi, vi si dirada. E ben presto finirebbe col dileguarsi del tutto, se non si formassero qua e là, imprevisti e fuori da ogni regola, dei capannelli, degli ingorghi, come nei giorni di preparazione di qualche sciopero, o prima delle elezioni. Ci sono anche drappelli di poliziotti, attenti e sornioni, mentre dei borghesi, evidentemente giornalisti o curiosi, si mescolano agli operai.
Il lettore dovrà, a questo punto, adattarsi una seconda volta, per quanto è possibile con pazienza, a un nuovo inserto nella favola: premere il pedale della povera logica quotidiana, abbandonando, con comprensibile disappunto, quello della dolce immaginazione.
Un giornalista, infatti, - o un cronista, con la sua macchina da presa - forse lo stesso del casolare di Emilia - affronta con un'aria professionale che non maschera né la timidezza né la cattiva coscienza, la folla degli operai: e comincia a fare loro le domande che ha diligentemente preparato, in quel suo linguaggio di bassa lega, di cultura per cittadini medi.
Ecco, all'incirca, queste domande, delegate a riportare bruscamente alla squallida prosa dell'attualità, senza di cui, del resto, né l'autore né il lettore - uniti in tacita e colpevole alleanza - saprebbero avere la coscienza in pace: «Lei è un operaio che lavora qui? Da quanti anni? E lei? Bene, che cosa ne pensate dell'atto del vostro padrone?»
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«Egli ha donato a voi operai la sua fabbrica: ora ne siete i proprietari: ma non vi umilia il fatto di avere ricevuto questa donazione?»
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«Non avreste preferito ottenere il vostro diritto al potere sulla fabbrica attraverso un'azione dovuta a voi stessi?»
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«In tutto questo, il protagonista non resta il vostro padrone? E, quindi, egli non vi ha messo in ombra? Non vi ha tagliati fuori in qualche modo, dal vostro futuro rivoluzionario?»
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«Ma l'atto del vostro padrone è un atto isolato, o rappresenta, piuttosto, una generale tendenza di tutti i padroni del mondo moderno?»
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«La partecipazione al potere sulla fabbrica, ottenuta attraverso una serie di donazioni - o, diciamo meglio, di concessioni - dove può portare la classe operaia?»
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«La mutazione dell'uomo in piccolo borghese sarebbe totale?»
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«Se dunque prendiamo questa donazione come un simbolo o un caso estremo del nuovo corso del potere, essa non finisce col presentarsi come un primo, preistorico contributo alla trasformazione di tutti gli uomini in piccoli borghesi?»
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«Come atto pubblico, allora, la donazione della fabbrica sarebbe, almeno dal punto di vista degli operai e degli intellettuali, un delitto storico, e, come atto privato, una vecchia soluzione religiosa?»
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«Ma questa soluzione religiosa non è la sopravvivenza di un mondo che non ha più nulla a che fare col nostro? Non nasce dalla colpa anziché dall'amore? Così che un borghese non potrebbe mai ritrovare la sua vita, neanche se la perdesse?»
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«L'ipotesi - non molto originale - sarebbe dunque che la borghesia non può più in nessun modo liberarsi della propria sorte, né pubblicamente né privatamente, e che qualunque cosa un borghese faccia sbaglia
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«Si può considerare causa di tutto questo l'idea del possesso e della conservazione?»
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«Ma l'idea del possesso e della conservazione, su cui si fonda la condanna della borghesia, non sono una caratteristica del vecchio mondo padronale? Mentre il nuovo mondo non si cura tanto di possedere e di conservare quanto di produrre e di consumare
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«Se è stato l'antico mondo contadino a prestare alla borghesia nascente - ai tempi in cui essa fondava le sue prime industrie - la volontà del possedere e del conservare, ma non il suo sentimento religioso, non è stata giusta ogni indignazione e ogni rabbia contro di essa?»
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«Ma se ora questa borghesia sta mutando rivoluzionariamente la propria natura, e tende a rendere simile a sé tutta l'umanità, fino alla completa identificazione del borghese con l'uomo - quella vecchia rabbia e quella vecchia indignazione non hanno perduto ogni senso?»
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«E se la borghesia - identificando a sé l'intera umanità - non ha più nessuno al di fuori di se stessa cui deferire l'incarico della propria condanna (che essa non ha mai saputo o voluto pronunciare), la sua ambiguità non è divenuta finalmente tragica
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«Tragica perché, non avendo più una lotta di classe da vincere - con qualsiasi mezzo, anche criminale, come l'idea di Nazione, di Esercito, di Chiesa confessionale ecc. - essa è rimasta sola di fronte alla necessità di sapere ciò che essa è?»
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«Se essa, almeno potenzialmente, è vittoriosa - e il futuro è suo - non tocca a lei stessa, ormai (e non più alle forze della contestazione e della rivoluzione), di rispondere alle domande che la storia - che la sua storia - le pone?»
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«A QUESTE DOMANDE ESSA NON PUÒ RISPONDERE?»
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lunedì, 10 agosto 2009,14:49
Ho notato, al mio ritorno a casa dopo alcuni mesi, un cartello che, al momento della mia partenza, ancora non c'era. Un cartello posto nel prato davanti a casa, esattamente dove sempre attraversano il prato i turisti che dalla strada cercano una scorciatoia per l'albergo che è di là della staccionata che separa il prato dal parcheggio. Ero abituato al fatto che qualcuno attraversasse il prato quando nessuno lo occupava e, insomma, a meno che non fosse un'orda chiassosa e maleducata, non recavano enorme disturbo quei transiti. Eppure ora c'è un cartello, dice "Proprietà privata". Lo so, non è cambiato niente, anche prima lo era, una proprietà privata, quel prato ma il fatto di doverlo e volerlo marcare con un cartello che rivendica l'utilizzo esclusivo di quello spazio da parte di chi lo possiede mi ha fatto riflettere ulteriormente sul significato di quelle due parole.
Due parole a cui sono stato educato sin da bambino con quel "questo è mio... questo è tuo...", quel mettere dei confini alla possibilità di condividere. Due parole che se le guardo bene mi dicono che quella proprietà, come dice il suo aggettivo, manca di qualcosa, ne è privata. Quella proprietà è privata della possibilità che non sia l'appropriazione, o la capacità di accumulare a danno di altri, ma la necessità, a determinare quello che uno ha.
Quel cartello è simbolo anche di un cambiamento che noto sempre di più in questa mia terra che, da sempre anticomunista più per paura che per convinzione e più a parole che nella pratica, sia cambiata nel profondo. Una terra in cui la proprietà collettiva, della comunità, è cosa quasi naturale, in cui l'aiuto reciproco è fondante dell'idea stessa di poter sopravvivere e vivere in un ambiente ostile all'attività umana, non può che portar dentro i valori della solidarietà e dell'accoglienza, seppur diffidente. Ma l'apertura al mondo degli ultimi anni, legata al turismo e all'avanzare della possibilità di muoversi e di comunicare, evidentemente ha decretato soprattutto l'affievolirsi di quei rapporti di fiducia nell'altro e del senso di essere prima di tutto, e soprattutto, membri di un soggetto collettivo e poi individui.
Ognuno per sé, ognuno chiuso nel proprio castello in attesa della peste, della fame, o della guerra, sempre in guerra con gli altri, via via perdendo la capacità di guardare e capire.

...non esiste la società. Solo uomini, donne, famiglie...
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lunedì, 10 agosto 2009,14:21
Da Cent'anni di solitudine

"[...] I decrepiti avvocati vestiti di nero che in altra epoca avevano assistito il colonnello Aureliano Buendia, e che ora erano procuratori della compagnia bananiera, scalzavano queste accuse con arbitri che sembravano opera di magia. Quando i lavoratori redassero un documento collettivo di richieste, passò parecchio tempo prima che potessero notificarlo ufficialmente alla compagnia bananiera. Non appena venne a sapere dell'accordo, il signor Brown agganciò al treno il suo sontuoso vagone di vetro, e sparì da Macondo insieme ai più noti rappresentanti della sua impresa. Tuttavia, parecchi operai ne trovarono uno il sabato dopo in un bordello, e gli fecero firmare una copia del documento di petizione mentre ancora stava nudo con la donna che si era prestata a far scattare la trappola. I luttuosi avvocati dimostrarono in tribunale che quell'uomo non aveva nulla a che vedere con la compagnia, e affinché nessuno mettesse in dubbio i loro argomenti lo fecero imprigionare come usurpatore. Più tardi, il signor Brown fu sorpreso mentre viaggiava in incognito in un vagone di terza classe, e gli fecero firmare un'altra copia del documento di petizione. Il giorno dopo comparve davanti ai giudici coi capelli tinti di nero e rispose alle domande in uno spagnolo perfetto. Gli avvocati dimostrarono che non era il signor Jack Brown sovrintendente della compagnia bananiera e nato a Prattville, Alabama, bensì un inoffensivo venditore di erbe medicinali, nato a Macondo e lì battezzato col nome di Dagoberto Fonseca. Poco dopo, di fronte a un nuovo tentativo da parte dei lavoratori, gli avvocati esibirono in luoghi pubblici il certificato di morte del signor Brown, autenticato da consoli e cancellieri, nel quale si dava fede che il nove del giugno scorso egli era stato investito a Chicago da un camion di pompieri. Stanchi di quel delirio ermeneutico, i lavoratori ripudiarono le autorità di Macondo e accedettero con le loro proteste ai tribunali supremi. Fu allora che gli illusionisti del diritto dimostrarono che i reclami mancavano di ogni validità, semplicemente perché la compagnia bananiera non aveva, né aveva mai avuto né avrebbe mai avuto dei lavoratori al suo servizio, perché li reclutava occasionalmente e con carattere temporaneo. Di modo che si annullarono le panzane del prosciutto della Virginia, delle pillole miracolose e dei cessi natalizi, e si stabilì per verdetto del tribunale e si proclamò con bandi solenni l'inesistenza dei lavoratori. [...]"

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giovedì, 06 agosto 2009,16:02
Da sempre mi accompagnano due sentimenti, quello che mi spinge a cercare sempre il nuovo, a desiderare di andar lontano per scoprire, e scoprirmi, e quello che ogni volta mi trattiene, mi conduce a riflettere su quello che ho, che sono, che mi è attorno, e che costruisce il mio legame con i luoghi, ma ancor di più con le persone (cos'è un luogo se non l'averlo vissuto insieme a qualcuno?).
In ogni occasione questa tensione si sviluppa in maniera differente, con termini nuovi e insoliti, e mi costringe a soffermarmi sul senso profondo delle mie scelte e delle conseguenze che avranno sulla mia vita, rispetto a quello di cui sono convinto e rispetto ai legami che ho stretto.
E' un pensiero che dovrei sviluppare qui? L'incompiutezza e l'indeterminazione sono miei in questo periodo
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mercoledì, 05 agosto 2009,21:55
C'è una ferita profonda a est, sulle Alpi, una ferita costruita fra gli anni '50 e '60, un simbolo di dolore e rabbia, ma anche il simbolo di "una tragedia tipicamente italiana, che passa per la distruzione della civiltà contadina in nome del progresso, per le grandi e piccole arroganze dei potenti, per l'impotenza dei cittadini costretti ad affrontare uno "Stato nello Stato"" come nell'introduzione al Vajont di Paolini...poi c'è una fabbrica, anzi credo molte, ma una in particolare è sotto gli occhi di tutti ora e le parole di un operaio trentatreenne sul Manifesto di ieri "...Questa lotta la sto facendo per rispetto a loro. Poi la faccio perché non vada persa la nostra professionalità. Qua si è sempre lavorato bene, a regola d'arte...".

E provo a metter insieme le cose, e c'è una relazione tra quella valle sospesa tra un passato e un futuro spazzati via dal "progresso" e questa Italia che lavora, o che vorrebbe, e cui il dogma neoliberista e della società della conoscenza toglie fiato, voce, parole...
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lunedì, 03 agosto 2009,12:56
Ritorno da una settimana che ha il sapore della scoperta e della ricerca, di un vento che ti accarezza costante e ti svela un modo nuovo, o forse dimenticato, di guardare alle cose.
Forse è difficile capire cosa intenda quando rispondo "è viva", forse è difficile spiegarlo.

Avrei da scrivere, avrei
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